Guardando al futuro

“Stato di allerta Bravo” avverte un cartello giallo appeso al posto di blocco all’ingresso dell’aeroporto militare di Bari-Palese. “L’allarme, però, non centra con la presenza di rifugiati nel centro d’accoglienza” spiega un militare di guardia. “Bravo indica una possibile minaccia, ed è una conseguenza della guerra in Afghanistan, non certo della gente raccolta là dentro”.
Qualche centinaio di metri dopo il posto di blocco, si arriva ad una seconda recinzione che delimita la vecchia pista d’atterraggio dell’aeroporto, adibita a ricovero per gli stranieri che sbarcano sulle nostre coste. Un nastro d’asfalto lungo e stretto, costellato di roulotte sistemate gomito a gomito, in cui vivono tre o quattro persone ciascuna. Nei prati circostanti sono di guardia alcune macchine della polizia. Dentro vivono 917 persone, 487 adulti e 430 minori. Praticamente tutti i disperati passeggeri della motonave “Monica”, giunti a Catania il 18 marzo scorso.

anche qui occhio alle maschere
Al di fuori della recinzione, sono sistemati i container che ospitano gli uffici di quelli che nel campo ci lavorano: croce rossa, questura, prefettura e aeronautica militare. Quest’ultima si occupa della logistica, mentre i rappresentanti del governo sono impegnati nelle pratiche burocratiche e nella gestione della sicurezza e la croce rossa provvede all’assistenza sul campo e a quella sanitaria. Un’organizzazione che sembra funzionare piuttosto bene. Il campo è pulito e ordinato, il migliore fra quelli sparsi per il meridione, dicono. Con le autorità collaborano assistenti sociali e mediatori culturali, nel tentativo di armonizzare le esigenze dei rifugiati con quelle dello Stato italiano. Gli abitanti adulti, che si dichiarano tutti irakeni (ma, probabilmente, sono in parte anche siriani e palestinesi), ricevono tre pasti caldi al giorno. I bambini, invece, hanno un regime d’alimentazione differenziato e possono accedere ai magazzini della croce rossa in qualunque momento. “Mediamente distribuiamo cinquanta litri di latte ogni mattina” afferma la responsabile del magazzino. Durante la settimana di Pasqua sono state effettuate varie distribuzioni: uova di cioccolata per i bimbi, vestiti, schede telefoniche e passeggini ai capi famiglia. Una squadra di pediatri del policlinico di Bari ha recentemente visitato i bambini e molte associazioni di volontariato si alternano nella gestione di attività ludiche ed educative per i più piccoli. “Nonostante tutto, c’è un bel clima tra di loro” dice Stefania della Fondazione Giovanni Paolo II. “Esistono delle divisioni interne – continua la volontaria – ma la gente è generalmente educata e collaborativa. Credo che l’esperienza allucinante del viaggio per raggiungere l’Italia e l’incubo comune di sfuggire a Saddam Hussein li abbia resi più uniti”.
Tra i quasi mille rifugiati, tutti intenzionati a chiedere asilo alle autorità italiane, ci sono diversità di etnie, censo ed anche religione: un’intricata situazione che complica, a volte, la convivenza. Quando c’è da protestare, però, i rifugiati sanno ritrovare la compattezza. “Poco prima di Pasqua” – racconta un responsabile della questura – “gli abitanti del campo hanno organizzato uno sciopero della fame contro la loro condizione di semi-detenzione”. Dalla Prefettura, però, assicurano che la permanenza in questo centro di accoglienza non dovrebbe durare più di un mese o due. Sembra difficile crederci, ma c’è da augurarselo. Lo spazio è angusto e, con l’arrivo del caldo, il nastro di asfalto rischia di diventare una fornace invivibile. È difficile da capire perché l’area del campo non sia stata allargata un poco, sfruttando una parte dei prati circostanti, i quali, invece, restano per i rifugiati solo un miraggio da osservare attraverso il reticolato della recinzione.
“Sono dieci anni che le regioni del sud devono continuamente affrontare un flusso di immigrati e rifugiati” – sottolinea uno degli operatori impegnati nel campo – “ma ancora mancano le strutture adeguate. Sembra sempre che si viva in uno stato di emergenza”. Effettivamente, come fa notare un visitatore, il posto “pare proprio una scatola di sardine”. Le sardine che ci abitano, però, garantiscono di “preferire aspettare per poi uscire legalmente da questa specie di prigione, piuttosto che tentare la fuga” come assicura Hassan, giovane studente di ingegneria all’università di Baghdad. Gli fa eco Zana, un commerciante di Al Basrah, torturato e imprigionato più volte dal regime irakeno: “Molti di noi hanno abbandonato tutto in patria e abbiamo pagato tremila dollari a testa per fuggire. Ora chiediamo solo protezione da parte dell’Unione Europea”.
Testo di Nicola Scevola

The reportage was exhibited twice in Milan in 2002 and in 2003.

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